Quando ho iniziato l’università, nel 2017, il panorama della divulgazione scientifica sul fitness in Italia era molto diverso da oggi. I riferimenti erano pochi e ben riconoscibili: Andrea Biasi con Project Invictus, Alessio Ferlito con Project Strength, Ado Gruzza. Punto. Se volevi informarti seriamente, sapevi dove guardare, ma dovevi anche sapere come cercare.
E questo è il primo punto: oggi non basta scrivere una domanda su Google per trovare un’informazione di qualità. Il motore di ricerca ti propone ciò che l’algoritmo ritiene più rilevante (spesso ciò che è ottimizzato meglio a livello di SEO o sponsorizzato), non necessariamente ciò che è più corretto. Per trovare le informazioni giuste servono i termini giusti, e per conoscere i termini giusti serve una cosa sola: lo studio.
L’esplosione dei corsi: un bene, con un però
Negli ultimi anni la carenza di informazione si è completamente ribaltata. Prima sono arrivati i corsi di forza, poi corsi su qualsiasi argomento di preparazione atletica. Oggi praticamente ognuno ha il suo corso e il suo metodo.
E sia chiaro: questo è un bene. Più persone competenti ci sono, più il sistema cresce. Molti hanno studiato, assimilato i concetti e li hanno rielaborati per proporre la propria versione. Il livello medio si è alzato.
Però c’è una problematica in questa tendenza: sembra che ognuno debba per forza venderti il metodo segreto. Il metodo definitivo. Le risposte a qualsiasi problema, a qualsiasi difetto tecnico.
Il percorso che nessuno ti racconta
Chi ha fatto tanti corsi riconoscerà questo schema:
- Parti sapendo di non sapere nulla.
- Dopo alcuni corsi, credi di sapere tutto. Hai trovato “il metodo”.
- Dopo averne provati diversi, torni al punto di partenza: riconosci che non sai per nulla, che le casistiche sono infinite.
- Ma con una differenza enorme: hai più consapevolezza del punto da cui sei partito. E se il processo è stato fatto intelligentemente, lavori meglio.

Questo percorso ha un nome in psicologia: assomiglia a ciò che David Dunning e Justin Kruger descrissero nel 1999, ovvero la tendenza di chi ha competenze limitate a sovrastimare le proprie capacità, proprio perché non possiede ancora gli strumenti per riconoscere ciò che non sa. Man mano che la competenza cresce, la sicurezza iniziale crolla, e solo dopo risale, questa volta su basi solide.
Quando il metodo incontra la realtà: due esempi dalla palestra
Il problema della maggior parte dei corsi è che si concentrano nel punto centrale della curva: darti il metodo che funziona “per qualsiasi cosa”. Ma nella pratica, quando ti trovi davanti a un problema che non ha gli stessi pattern degli strumenti che hai imparato, sei nei casini.
Esempio 1: lo squat. Una persona ti chiede di correggerla: non scende sotto il parallelo. Le soluzioni “da manuale” ci sono tutte: scendi di più, allarga i piedi, metti un rialzo sotto il tallone. Soluzioni valide, per carità. Ma in quel caso specifico la persona non riesce a scendere e non sa dirti perché: le manca proprio la percezione della discesa. Come dai gli strumenti a una persona per capire cosa deve fare in un movimento che non conosce? È apparentemente semplice, ma è la base del movimento, ed è la parte più difficile da insegnare.
Esempio 2: l’hinge. Provate a insegnare la flessione d’anca a un gruppo di adolescenti, o a bambini tra gli 8 e i 10 anni, che non l’hanno mai fatta. Su dieci ragazzi, forse uno o due la eseguono correttamente (ringraziate il cielo quando capita). Gli altri vi faranno vedere cose atroci. E dire semplicemente “tieni la schiena dritta, pensa a spingere indietro il bacino” non basta.
Questo, tra l’altro, è coerente con ciò che la ricerca sull’apprendimento motorio dice da anni: le istruzioni verbali da sole non garantiscono l’apprendimento di uno schema motorio, e le abilità di movimento vanno insegnate e praticate esplicitamente: non emergono da sole. Approcci come il constraints-led approach (Newell, 1986; Davids e colleghi) propongono proprio questo: invece di prescrivere la tecnica perfetta, il coach modifica i vincoli del compito, dell’ambiente e dell’individuo per far emergere la soluzione motoria giusta in quella specifica persona. Non esiste un’unica tecnica ottimale valida per tutti.
La vera competenza: ragionare, non applicare
Ecco dove sta, secondo me, la vera capacità del coach: nel dire “ok, i miei metodi non possono essere infallibili. Devo ragionare con tutti gli strumenti che ho per dare a questa persona i mezzi per svolgere quel compito”.
Questa è una cosa che in nessun corso viene detta. Anche perché al corso è tutto facile: chi partecipa sa già fare i movimenti, o ha già un’idea in testa. Il contesto del corso non rispecchia la realtà della sala pesi.
Conclusione: su cosa spendere i soldi
Attualmente ci sono tantissimi corsi e tantissime opportunità di crescita, e va benissimo così. Ma bisogna stare attenti a non buttare i soldi dove non serve.
Perché il metodo segreto, fondamentalmente, non esiste.
Esiste la capacità della persona di risolvere i problemi. E quella non la compri in un corso: la costruisci studiando, sbagliando, e rimettendo in discussione tutto ciò che credevi di sapere.
Fonti e approfondimenti
- Kruger, J., & Dunning, D. (1999). Unskilled and Unaware of It: How Difficulties in Recognizing One’s Own Incompetence Lead to Inflated Self-Assessments. Journal of Personality and Social Psychology, 77(6), 1121-1134.
- Newell, K.M. (1986). Constraints on the development of coordination. In M.G. Wade & H.T.A. Whiting (Eds.), Motor Development in Children: Aspects of Coordination and Control.
- Renshaw, I., Davids, K., Newcombe, D., & Roberts, W. (2019). The Constraints-Led Approach: Principles for Sports Coaching and Practice Design. Routledge.
- Chua, L.K. et al. (2021). Meta-analisi sul focus attentivo: le istruzioni con focus esterno migliorano la prestazione motoria rispetto al focus interno.
- Letteratura sulle Fundamental Motor Skills: le abilità motorie complesse richiedono insegnamento e pratica espliciti per raggiungere forme efficienti.