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Perché forza e resistenza non vanno d'accordo nella stessa seduta (e come farle convivere)

Yhairo Costa-

Il tuo atleta fa pesi il lunedì mattina e un lungo il martedì sera. Ti sembra un programma equilibrato: un po’ di tutto, nessuna qualità trascurata.

Dentro le sue cellule, però, quei due allenamenti non collaborano. Stanno litigando per lo stesso segnale.

Allenare insieme non è gratis, e lo sappiamo da quarant’anni

Nel 1980 Robert Hickson pubblicò uno degli esperimenti più citati della storia del condizionamento fisico (Hickson, pubblicato su European Journal of Applied Physiology and Occupational Physiology). Mise a confronto tre gruppi per dieci settimane: uno allenava solo la forza, uno solo la resistenza, un terzo entrambe nello stesso periodo.

Il gruppo forza è cresciuto in modo lineare per tutte le dieci settimane. Il gruppo che faceva anche resistenza ha tenuto lo stesso ritmo di crescita per le prime sette settimane, poi si è fermato, e nelle ultime due la forza è calata, mentre il VO2max continuava a salire tanto quanto nel gruppo che faceva solo resistenza.

Il messaggio dello studio non è “non puoi fare entrambi”. È che, superata una certa soglia di volume o durata, uno dei due si ferma per primo, e quasi sempre è la forza.

Una metanalisi più recente lo conferma su scala più larga: Wilson e colleghi, pubblicati sul Journal of Strength and Conditioning Research nel 2012, hanno messo insieme 21 studi e 422 effect size, e hanno trovato che l’interferenza dipende soprattutto dalla modalità di resistenza scelta. Abbinare la forza alla corsa produce cali significativi sia in forza sia in ipertrofia; abbinarla alla bicicletta, no. Più aumentano frequenza e durata delle sedute di resistenza, più cala l’effetto della forza: una relazione continua, non un interruttore acceso o spento.

Andamento schematico della forza nelle dieci settimane dello studio di Hickson (1980), non i valori dello studio. Il gruppo che allenava solo la forza cresce in modo lineare per tutte le dieci settimane. Il gruppo che allenava forza e resistenza tiene lo stesso ritmo fino alla settimana 7, poi si ferma e nelle ultime due settimane cala, mentre il suo VO2max sale quanto nel gruppo che faceva solo resistenza. A lato, la metanalisi di Wilson e colleghi (2012) su 21 studi: forza più corsa porta cali di forza e ipertrofia, forza più bici nessun calo significativo.

Perché succede: due segnali che si contendono la stessa cellula

Pensa a una cellula muscolare come a un centralino che riceve due chiamate urgenti nello stesso momento. Lo stimolo meccanico della forza attiva la via mTOR: il segnale che dice “costruisci proteine, ripara, cresci”. Lo stimolo metabolico della resistenza attiva la via AMPK: il segnale che dice “risparmia energia, diventa più efficiente sul lungo periodo”.

Le due vie non restano indipendenti: nella fisiologia dell’esercizio è un meccanismo consolidato che l’attivazione di AMPK possa inibire direttamente mTOR, come un centralino sovraccarico che lascia cadere una delle due chiamate. Quale cade dipende dal contesto: quanto dura lo sforzo aerobico, quanto è fresco l’atleta, quanto tempo separa le due sedute.

Schema delle due vie di segnalazione nella cellula muscolare. Lo stimolo meccanico della forza attiva mTOR, il segnale che dice costruisci, ripara, cresci, e porta alla sintesi proteica. Lo stimolo metabolico della resistenza attiva AMPK, il segnale che dice risparmia energia, diventa efficiente, e porta all’efficienza aerobica. Una linea di inibizione indica che AMPK può inibire mTOR: quale dei due segnali prevale dipende da durata dello sforzo aerobico, freschezza dell’atleta e ore tra le due sedute.

Questo spiega perché nello studio di Hickson il cedimento non arriva subito: per sette settimane il corpo regge entrambi i segnali. Cede quando il debito accumulato (fatica, glicogeno basso, recupero incompleto) diventa la variabile dominante.

Cosa cambia in pratica: sequenza, non rinuncia

Nella programmazione che uso, l’obiettivo non è scegliere tra forza e resistenza: è impedire che la seconda cannibalizzi la prima.

Separazione temporale. Dove possibile, forza al mattino e resistenza distanziata di diverse ore, non nella stessa sessione: lascia il tempo al segnale mTOR di avviarsi prima che arrivi quello opposto.

Attenzione alla modalità. Se l’atleta corre molto, il rischio di interferenza sulla forza è più alto che se pedala o nuota, coerente con quanto trovato da Wilson e colleghi. Con i podisti tengo la forza il più lontano possibile, in giorni o orari, dal volume di corsa più alto della settimana.

Sforzi brevi, non lunghi. Le sedute di forza pensate per convivere con un blocco di resistenza restano su poche ripetizioni a carico alto, con recuperi ampi: l’obiettivo è lo stimolo nervoso, non l’accumulo di fatica metabolica che si somma a quella della corsa.

Un blocco alla volta. Nei periodi in cui serve progredire davvero in una qualità, l’altra scende a un volume di mantenimento. Non sparisce: resta appena sopra la soglia che basta a non perderla.

I limiti di questo modello

Lo studio di Hickson è piccolo e datato, con protocolli di volume molto alti su entrambi i fronti, più alti di quanto un atleta di squadra normalmente accumuli nella stessa settimana. Non dice cosa succede con due sedute moderate ben distanziate, che è lo scenario più comune in un programma reale.

La metanalisi di Wilson mette insieme studi eterogenei per durata, popolazione e protocollo: la correlazione tra frequenza e durata della resistenza e perdita di forza è reale, ma non è una formula che predice quanto perderà il tuo atleta specifico.

E nessuno dei due dice niente su un fattore che in campo pesa quanto la biologia: sonno e alimentazione nella settimana. Un’interferenza che sulla carta sembra piccola diventa grande se chi la subisce dorme poco e mangia meno di quanto la doppia richiesta energetica gli chiede.


Allenare forza e resistenza insieme è facile da scrivere su un foglio. Sequenziarle senza che l’una rubi il risultato dell’altra è un’altra storia.

È esattamente quello che verifichiamo in un Performance Assessment: non solo se il tuo atleta ha margine per fare entrambe le cose, ma come distanziarle nella settimana perché nessuna delle due paghi il conto dell’altra.

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